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Come si diventa traduttori: dipendente o freelance?

Come si diventa traduttori?

“Come si diventa traduttori?”

Non saprei contare quante volte mi è stata posta questa domanda.

Sul piano formale in Italia non vi sono requisiti particolari, perciò i percorsi da seguire per diventare traduttori sono molto vari.

Per lavorare nel concreto, invece, la storia è tutt’altra. Per questo, a chi mi domanda come si diventa traduttori chiedo sempre di specificare: traduttore freelance o dipendente?

Credo che a questa distinzione non si dia mai il giusto peso. Si dà anzi quasi per scontato che le differenze tra queste due realtà siano di poco conto, quando di fatto così non è. Vediamo perché.

Come si diventa traduttori? Ricerca del lavoro

Per quanto riguarda il metodo di ricerca, lavorare come traduttore dipendente significa cercare lavoro “alla vecchia maniera”, inviando curriculum a tappeto ad agenzie di traduzione o aziende medio-grandi presenti nel proprio territorio o in qualsiasi parte d’Italia o del mondo in cui si avrebbe piacere e voglia di spostarsi. Una volta assunti, il lavoro si sviluppa come quello di un qualsiasi dipendente, con le canoniche otto ore ed eventuali straordinari.

Scegliere di diventare traduttori freelance richiede di operare in altro modo. Innanzitutto, occorre raccogliere informazioni di natura fiscale: come si inizia? Come funziona? A quale regime aderire? Rivolgersi a un commercialista è l’idea migliore, e prevede dei costi. Far da sé in mancanza di competenze adeguate, visti i cambiamenti che intercorrono quasi a cadenza annuale, potrebbe rivelarsi rischioso.

Punto cruciale è tuttavia la ricerca del lavoro, che non si esaurisce mai e rimane una costante nel tempo. Richiede anzi un continuo aggiornamento, visto che i canali di acquisizione aumentano e che non ve n’è uno più giusto di altri. Si procede sempre a tentativi ed errori.

Vero è che, col passare di mesi e anni, ci si crea gradualmente una propria “clientela di base”, ma è sempre bene non dare mai nulla per scontato.

Senza contare quello che possiamo definire l’elemento “crescita”: negli anni acquisisci sempre più competenze e cresci come professionista, e questo dovrà riflettersi sulle tariffe applicate. Non è detto che tutti i clienti accettino un tale aumento di buon grado e bisogna tenere in conto il rischio più che plausibile di perderne qualcuno per strada.

Traduttore dipendente vs traduttore freelance: le mansioni

Per un traduttore assunto come dipendente le mansioni possono variare a seconda dell’ufficio in cui capita. Nelle agenzie di traduzione i compiti sono più o meno divisi a seconda delle dimensioni dell’agenzia. In quelle più strutturate c’è chi si occupa di traduzione o di revisione, chi del controllo qualità, chi degli aspetti grafici o delle tempistiche dei progetti, chi invece di interfacciarsi con i clienti. Sono tutte mansioni che, in un modo o nell’altro, afferiscono al processo traduttivo.

In azienda, invece, non è detto che il lavoro rimanga confinato all’ambito della traduzione. Non sono numerose le realtà che hanno l’esigenza di una persona che sia espressamente incaricata di tradurre materiale a tempo pieno, 40 ore a settimana. A meno che non si tratti di aziende molto grandi, con un ufficio preposto, le traduzioni vengono affidate a chi, già assunto, risulta avere competenze o conoscenze linguistiche; in casi illuminati, ci si rivolge a professionisti esterni.

Per un traduttore freelance, invece, mi piace sempre parlare di varietà, concetto che ho già trattato in un post precedente. Varietà che intendo non (sol)tanto nel lavoro in sé, ma per tutte quelle attività che in un’agenzia di traduzione o in un’azienda vengono affidate a persone diverse. Per citarmi: “Mi riferisco a quella che riguarda la ricerca di clienti, la stesura di preventivi, la cura della contabilità, la pubblicità, la partecipazione a un corso di aggiornamento o lo studio di una materia nuova”. Che poi, a voler essere puntigliosi, anche chi lavora in agenzia o in azienda è tenuto ad aggiornarsi e a curare la propria formazione ma, per quanto mi risulta, ciò avviene – se avviene – in modo più “settoriale”, focalizzandosi soltanto su quanto attinente alla propria mansione specifica e su indicazione di terzi.

L’aspetto che passa in secondo piano: lo stile di vita

Ricordo ancora la frase di una mia insegnante del master in traduzione: “Accompagno la traduzione con l’insegnamento perché se lavorassi 8 ore filate davanti al computer impazzirei”.

Al tempo trascorrevo serate e fine settimana a tradurre e a fare ricerche terminologiche. La traduzione, per me che arrivavo da un’università tutta diversa, era stata una scoperta incredibile. Da una parte sentivo di dover recuperare rispetto ai miei compagni di corso, tutti (o quasi) laureati in traduzione o lingue straniere; dall’altra avevo scoperto nella traduzione un divertimento inesauribile o, con altre parole, “una vocazione”.

A distanza di una decina d’anni, ripenso alle parole della mia professoressa in maniera differente. Credo racchiudano un terzo aspetto da considerare che, a mio parere, non si valuta con la dovuta serietà: lo stile di vita. Che è forse anche l’aspetto più importante.

Chi sceglie di lavorare come traduttore dipendente, entra a far parte di un contesto e di un gruppo di lavoro: si reca in ufficio, magari si concede un caffè nella pausa e scambia due chiacchiere, condivide spazi, pausa pranzo, frustrazioni e gioie con i propri colleghi e infine, a una data ora, spegne il computer e rincasa.

Il professionista freelance no. Traduce per lo più da casa e può anche capitare che non veda né incontri nessuno per intere giornate.

Ad alcuni questo può piacere parecchio, ad altri un po’ meno, soprattutto nel lungo termine. Alla mia professoressa, come è facile intuire, non piaceva per nulla. Come lei stessa sosteneva, aveva bisogno – e piacere – di avere uno scopo per uscire, di prepararsi per venire a farci lezione, di parlare e interagire con altri esseri umani. “Pensateci bene”, ci diceva. Noi, in risposta, sorridevamo.

In conclusione, come si diventa traduttori?

Non c’è una vera e propria conclusione, né un qualche tentativo di tirare le somme. L’analisi che ho fatto si può dire ben lungi dall’essere esaustiva ed è chiaro che non tiene conto di innumerevoli sfumature.

Quello che vuole essere è invece un punto di partenza, un invito alla riflessione. Perché per quanto io ami il mio lavoro nelle esatte modalità che ho scelto, quindi come freelance, credo che per chi è ancora agli inizi tale scelta non debba dipendere soltanto dal caso, ma da una certa consapevolezza di intenti.

Mi sento insomma di voler rivolgere lo stesso consiglio che, al tempo, la mia professoressa diede a me e ai miei compagni di corso: pensateci bene.

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